Fuori concorso: Nebbie nei ricordi

di Valeria Toniello

Non è così tardi ma è già buio da queste parti, sto tornando verso casa guidando lentamente tra la nebbia spessa della provincia, i lampioni sono piccoli occhi gialli socchiusi ai quali mi affido per non perdermi tra le strade che mi sembrano tutte uguali. Seguo la lingua d’asfalto ma mi perdo tra i pensieri, e mi sorprendo a immaginare a come sarebbe se arrivassi sì a casa, ma non a questa italiana, ma alla mia prima casa spagnola, dai muri spessi e col portone di legno scuro, nel cuore di Siviglia. Risalgo mentalmente le scale sbilenche, sfiorando leggermente con le dita gli azulejos colorati delle pareti fino ad uscire nella terrazza bianca mangiata dal sole, dalla quale mi sporgevo per sentire il chiacchiericcio notturno dell’Alameda, imbevuto di chitarre e tintinnii di birre chiare, leggere come la vita che mi scorreva accanto.

D’improvviso un’auto mi sfreccia vicino e mi supera, ritorno a concentrarmi sulla strada, ma la nebbia inghiotte silenziosamente tutto. L’auto scompare, tornano i ricordi, ma ne interrompo il flusso e penso a cosa sono adesso che non sono più altrove, mi sento come un uccello emigrato in un altro luogo, in attesa della bella stagione, come le cicogne che dormivano quiete sui tetti di Frómista, di fronte al mio appartamento solitario sul Cammino di Santiago, che un giorno c’erano e il giorno dopo semplicemente no, andate via, seguendo la loro natura. Ripenso a quei campi di grano, ai paesaggi dai cromatismi assoluti e dalle linee nette, come li disegnano i bambini, una riga blu per il cielo, una gialla per i campi, e i fiori troppo grandi per sembrare veri. Rivedo le due strade che spezzavano il paese, strade che ho preso in tutte le direzioni, a sud per vedere la magia di Madrid di notte, a est per immergermi nel grigio londinese ma sereno di Bilbao, verso nord per cercare il mare, passando tra boschi infiniti fino ad arrivare alle sabbie leggere della spiaggia di Santander, la Cadiz del nord pensavo, ma la realtà supera sempre la più nutrita immaginazione, regalando sempre cose nuove. Rivedo il sole al tramonto che saluta da dietro le rocce verdi a picco sul mare, dove sono scesa fino a toccare l’acqua, a lanciarle sassi per vedere quanti salti fanno, finché il sole vi si scioglieva dentro e non riuscivo a distogliere lo sguardo perché era tutto così lento, inarrestabile e irrepetibile che volevo solo starmene lì, a vedere se poi il mondo finiva, perché pensavo di aver visto tutto quello che c’era da vedere e non aveva più senso poi continuare.

Arrivo, parcheggio l’auto davanti a casa, pensando a tutte le altre case in cui sono stata durante quest’anno folle e viaggiatore, alcune per qualche ora altre per qualche settimana, e mi rassereno, perché sono sicura che questa non è l’unica casa in cui posso stare, ho tanti altri posti dove tornare, senza nebbie, e con il sole, e la primavera non è poi così lontana da aspettare.

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Chechi, una pecora che cerca di uscire dal gregge