Tornare a Madrid

Sono stata 35 giorni consecutivi in Italia, cosa che non mi succedeva da più di 9 anni.
30 giorni di Puglia: mare, sole, panzerotti, braciole, focaccie, pizze, orecchiette, ozio, letture, silenzi, vuoti, famiglia, amici, amore, pomodori e friselle e poi ancora paste al forno, parmigiane, timballi e così via.
Poi ho fatto anche una parentesi romana, una sorta di revival con famiglia a carico.
Caldo, sole, afa, pizze, crocchette, supplì, fritture varie, chiasso, gioia, bellezza senza fine, traffico, grida, amici, amore, gelati, pizze al trancio, acqua delle fontane (ho fatto giusto in tempo) e così via.

Una bellezza assoluta, guardando attorno mi chiedevo se sarei sopravvissuta al rientro a Madrid.
Dall’aeroporto di Barajas a casa ho chiuso gli occhi: non volevo vedere i quartieri di merda, gli edifici brutti di questa mia “nuova” città.
Avevo ancora fresca e integra nei miei occhi ROMA, e non volevo contaminare il ricordo.
Poi il giorno dopo sono passata dalla glorietta di Santa Maria della Cabeza, un postaccio insignificante e assolutamente non bello, inquinato e trafficato, ma a cui io sono legata sentimentalmente e mi è scappato un “uhhh che bello” guardando la fontana.

PischiOne mi ha guardato sconvolto. Lui è spagnolo, non conosce l’ironia e quindi non ha pensato che stessi scherzando, e effettivamente non scherzavo.
Quel sospiro, quella frase mi è venuta fuori cosí, dal cuore.
Perchè alla fine ci abituiamo a tutto, e amiamo quello che conosciamo, e troviamo la bellezza non solo nelle cose oggettivamente belle.
E così in quell’oggettivamente orrida fontana ho ritrovato la mia Madrid, la bellezza nascosta di questa città, la sua gente vestita male ma buena gente, e tutto quello che ogni giorno mi spinge a restare tra queste vie.

 

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Chechi, una pecora che cerca di uscire dal gregge