Andy Warhol a Madrid

L’altro giorno con la mia amata amica Marianna sono stata al CaixaForum a vedere l’esposizione di Andy Warhol, e mentre giravo per le sale del meraviglioso edificio in stile decostruttivista  pensavo: devo proprio scrivere due parole su questa mostra qui, su questa sorta di movimento reazionario che sto sentendo sbocciare dentro di me, su questa fiera delle vanità.
Ed eccomi qui.

Il biglietto
Il biglietto costa 4 euro, un prezzo regionevole considerando che le ridicole cartoline con stampe delle opere che vendono nella libreria del CaixaForum ne costano 2.

Cosa tenere in mente ad ogni sala
A mio parere la PRIMA cosa che bisogna fare quando ci si trova davanti a un’opera è vedere LA DATA. Questo ci toglie da imbarazzanti situazione, come guardare il Quadrato nero di Kasimir Malevich e dire “questo sa farlo anche mia nipote di 6 anni”. NO CAZZO, NO!!!
Quindi anche per Warhol guarda le date e il luogo (o per lo meno la nazione), ricordati un po’ della situazione politica e economica che si viveva, e poi pensa, e dopo ancora commenta ad alta voce.

L’esposizione
Mostrato il biglietto alla maschera ti accoglie una parete nera con tato di scritta
“Andy Warhol –El arte mecanico” e vai di selfie.
Ci sta, Andy avrebbe tollerato.
Seguono le Marilyn, le Jackie, le vacche, la lattine, le copertine dei dischi e le solite cose di sempre, che io ogni tanto distoglievo lo sguardo dalle pareti e pensavo al Ecce homo del Bramantino, cosí, giusto per rilassare gli occhi.
No, giuro che non voglio fare la figa nè tirarmela a vuoto, anche perchè a me Andy piace, il problema erano gli spettatori, noi spettatori, sempre con sti cazzi di telefoni in mano, con questi piccoli schermi che facevano da filtro tra le nostre retine e le opere, in una esplosione di egocentrismo senza pari.
Evvai di selfie, evvai di foto. Con Marilyn, con Jackie, con le vacche, con le lattine, con le scatole di Brillo, con le nuvole di elio, con Mao, pure con la pistola.

A un certo punto quasi si desidera che la pistola prenda vita e spari, perchè diciamoci la verità: Andy era POP ma secondo me la sua interpretazione hipster è frutto di un enorme malinteso, e tutto quello che avviene nelle sale è una enorme commedia dell’assurdo.
Warhol si concentra sullle invenzioni industriali del XIX secolo, studia, usa tutte le tecniche e le macchine possibili: serigrafia, video,gessi, ossidi e l’elenco potrebbe essere infinito.
Warhol è un critico feroce, disincantato e disilluso della società dei consumi, società che risproduce in modo meccanico proprio enfatizzandone la ripetitività.
Siamo difronte a un genio del paradosso, che trasforma una lattina con una etichetta strappata (quindi un prodotto da buttare, secondo le logiche del commercio) in un’opera d’arte.

In un sistema basato sul conformismo Andy afferma con forza la sua individualità, e come lo ricambiamo noi spettatori caproni? Usando la sua ostinata critica contro il convenzionalismo come sfondo ai nostri più convenzionali ritratti.

Perche a nessuno viene in mente di farsi un selfie con una annunciazione del ‘500???
Beato Angelico avrebbe apprezzato di più, secondo me!

Ma siamo osservatori superficiali alla mercè delle librerie dei musei e del commercio, un pubblico da fast-art.
La mostra si conclude con un Oxidation Painting, cioè urina su gesso.

Se io fossi stato il curatore dell’esposizione avrei messo nell’ultima sala una bella stampante bluetooth, per stampare e consegnare al pubblico pagante i propri selfie, e poi andare in bagno e pisciarci sopra.
Quella sarebbe stata una conclusione degna di Warhol, non l’accesso al negozio del museo!
Io lo farò con il mio:

Pisciamoci sopra.
About Chechi 736 Articoli
Chechi, una pecora che cerca di uscire dal gregge