Vivere all’estero, vivere a Madrid

Ci sono giorni come questi ultimi due, in cui vivere all’estero, e per me ovviamente vivere a Madrid, ha un sapore diverso.
Mi basta guardare la prima pagina di El Pais per avere quasi nostalgia di quando finivamo in copertina per il Bunga Bunga e almeno oltre allo sconforto c’era da ridere.

Adesso invece da ridere non c’è proprio niente, leggo a fuoco incrociato le opinioni dei giornali italiani e spagnoli per intendere meglio cosa succede in Italia e per capire cosa pensano di noi da fuori.
Poi però mi chiedo da fuori cosa, visto che sono quasi 10 anni che anch’io vivo fuori e che mi sento lontana dalla mia madrepatria, sebbene sempre nostalgica e innamorata.
Mi chiedo cosa resti dell’italianità ad un italiano che passa tutta la sua vita in un altro paese.
Non in giro in vari posti, ma solo in un’altra nazione, in una certa città che prima è sconosciuta e poi piano piano diventa sua.
I ricordi si stratificano, la vita si espande come una pianta rampicante fino a non sapere più bene di dove sei, da dove vieni o dove vivi.
Ecco che per noi giovani italiani che viviamo all’estero (e mi permetto di usare il plurale, mi auto-eleggo rappresentate di una categoria) il concetto di patria non ha più valore, l’idea dei confini si fa più flessibile, andare e tornare sono due verbi che si confondono tra loro perchè non riconosciamo (riconosco) qual è il punto di partenza.
Alla luce di questo trovo stupefacente (nel senso più negativo del termine) come l’ultima campagna elettorale italiana si sia centrata quasi solo esclusivamente sul problema degli immigrati, come se l’Italia non avesse altri grattacapi, come se tutto andasse benissimo tranne quello.
Io che sono una emigrata (sebbene in condizioni ben diverse da chi arriva nella nostra penisola, ma sentimentalmente e psicologicamente molto vicina a questa gente) mi chiedo se qualche politico stilando il proprio programma elettorale e preparando i discorsi si sia mai concentrato anche solo un attimo su di noi, giovani italiani che siamo andati via e che magari vorremmo tornare, o forse no, ma sicuramente il nostro Paese d’origine non ci invoglia in nessun modo a farlo.
A Macerata un coglione si mette a sparare sugli immigrati e come per miracolo la Lega passa dallo 0,6% al 20%.
Mio marito (spagnolo) legge questo dato e mi chiede “¿pero que pasa en Italia?” e io non so rispondere e provo profonda vergogna.
Poi rileggo le percentuali dello scenario politico e oltre che vergogna provo anche disperazione, perchè è chiaro che non ha vinto un’idea ma hanno vinto il populismo, la stanchezza e il terrore dell’altro.
E se è vero che questo è l’inizio della terza Repubblica è anche vero che in questi giorni sono più contenta di stare qui che in Italia, e pensando all’Italia mi viene proprio da piangere, come se pensassi a una persona amata moribonda. Moribonda.

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Chechi, una pecora che cerca di uscire dal gregge