Il centro di Madrid

Io vivo in centro, nel centro di Madrid. Per anni dire “vivo in centro” mi inorgogliva.  Per qualche strana distorsione mentale ho sempre associato il centro alla cultura, alla gioventù, alla bellezza, alla meraviglia. Vivere in centro per me, per decenni, ha significato “essere figo”.

Tradotto nella mappa di Madrid: se la tua casa sta nella mappa che ti regalano in aeroporto stai sul pezzo. Se la tua casa sta nella M30 sei ok. Se la tua casa sta fuori della M30 difficilmente puoi essere mio amico. Se vivi in provincia sei uno sfigato.

dimmi dove vivi e ti dirò se sei figo (e io idiota)

Che pensiero sciocco, non credi mio caro e sconosciuto amico?

Comunque i fatti stanno così: io ho amato (e amo ancora, quello sì) il centro, e nel mio piccolo l’ho sempre difeso, protetto e gratuitamente sponsorizzato.

Poi è arrivato il CORONAVIRUS. Ho vissuto 3 mesi in campagna, il momento più eccitante della mia giornata era alle 12.30 quando arrivava il furgoncino della panettiera a consegnare il pane. Ho visto cambiare la natura attorno a me, contando le foglie del melo del giardino. Ho sentito gli uccellini cinguettare senza sosta per ore ore e ore. Ho sentito lo scroscio della pioggia sui tetti rotti. Ho visto galline covare uova, cani accoppiarsi svogliatamente nel centro di una strada deserta, cavalli mangiare mele come se non ci fosse un domani. Ho anche cercato di addomesticare (senza successo) una lumaca.

ho smesso di mangiare mele

Ho avuto una vita veramente bucolica, e devo dirlo: mi sono sfracellata le palle!

Così non appena è stato possibile sono tornata a Madrid (a giugno) per poi ripartire dopo pochi giorni per una meravigliosa estate che racconterò in un altro post.

Poi è arrivato settembre, il ritorno, la scuola, il lavoro, ufficio si ufficio no, riadattarsi.

Poi è arrivato ottobre: DA MO VALE, come diciamo a Bari. E sono tornata in centro.

Solo che questo centro di Madrid si fa fatica a riconoscerlo.  I negozi storici del centro hanno chiuso. Sulla Gran Via il 30% dei commerci ha fallito, molti negozietti caratteristici si sono riadattati a tristi commerci di mascherine anticovid riutilizzabili, tra Callao, Sol e Opera si moltiplicano gli indigenti per le strade.

Gli unici negozi che sembrano resistere alla crisi economica sono le grandi catene, ovviamente del tutto prive di fascino.

In un Pase dove il settore turistico è sovradimensionato il Coronavirus si trasforma in un nemico invincibile. Il centro è diventato territorio di nessuno, perché mancano i turisti. Chiudono gli hotel, chiudono i ristoranti, chiudono cinema, teatri, librerie. Solo i bar resistono, perché così è Madrid.

Passeggiare per il centro desolato e abbandonato ha aperto in me una grande ferita e molti dubbi sui modelli urbani che stiamo promuovendo e su come sarà il mondo post-Covid.

Mi sento come un’amante tradita. Il centro mi ha tradita, Madrid mi ha tradita, ma anch’io sono stata infedele.

Inizio a sfiorare l’idea che Madrid non sia più il posto perfetto dove vivere.

Prendi Madrid: toglile i bar, la promiscuità, la gente che ti urla-chiede-tocca-ride, la voglia di prendere la metro, il girare per le strade senza meta e con il cuore aperto alle possibilità. Cosa resta?

Togli anche la tua migliore amica che ha cambiato città, aggiungi la paura, la stanchezza, mille cazzi, le distanze che si fanno pesanti, le persone che smettono di essere tali per trasformarsi in possibili contagiati, la paura di toccare ed essere toccati.

Cosa resta adesso?

No, la vita in campagna non era meglio, però forse le megalopoli non sono la risposta.

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